Biella: due secoli di birra
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Si è soliti associare Biella ed il suo territorio alla lana, ai lanifici e alle stoffe pregiate. Tuttavia nasconde un’anima birraria che affonda le radici nell’Ottocento.
Eh sì, perché prima ancora che il movimento della birra artigianale nascesse in Italia, questo angolo di Piemonte aveva già intuito che con quell’acqua cristallina che scende dalle montagne di Oropa si potesse fare qualcosa di speciale.
La storia inizia nel 1846 con la nascita di Menabrea – che oggi è il birrificio attivo più antico d’Italia.
Ma facciamo subito un salto temporale in avanti e atterriamo al secolo XXI.
Ciò che davvero mi affascina è come la tradizione storica abbia dato linfa vitale a una nuova generazione di birrai nel campo artigianale.
Il Biellese oggi è una terra dove l’acqua pura delle Alpi incontra la creatività di mastri birrai moderni, ognuno con una sua identità.
Che bella parola, identità. Tra poco la riuserò.
I protagonisti della scena birraria Biellese
Quando mi muovo per il territorio biellese, realizzo che è impossibile non accorgersi di quanto la cultura della birra sia qui radicata.
Oltre alla storica fabbrica citata, oggi il territorio ospita diverse realtà artigianali:
- Beer In a Trivero, che sfrutta l’acqua dell’Oasi Zegna;
- il birrificio JEB, nato nel 2008, diventato beer firm nel 2023 (continua cioè a produrre ricette proprie ma appoggiandosi a impianti esterni);
- Birra Elvo a Graglia;
- e naturalmente il nostro protagonista di oggi, Un Terzo a Pralungo.
Ogni birrificio ha la sua personalità, la sua filosofia produttiva: a me piace proprio usare quella parola lì, identità.
C’è un filo rosso che li unisce tutti: l’amore per le materie prime, la ricerca della qualità e un profondo rispetto per il territorio.
Non è un caso che in questa zona i birrifici collaborino con produttori locali di formaggi, caffè e vino.
È una rete di artigiani che si supportano in modo reciproco, creando un ecosistema gastronomico speciale, unico, capace di raccontare a tavola la bellezza delle storie locali.
Enrico Terzo: si chiama veramente così (?!)
E qui arriviamo alla storia che più mi ha colpito durante la mia visita al Birrificio Un Terzo.
Immagina: ti chiami Enrico Terzo. Proprio come il re di Francia Enrico III. Puoi forse evitare di cavalcare l’onda del destino?
La storia brassicola di Enrico inizia in modo quasi casuale.
Nel 2009, sostenuto da un gruppo di amici accomunati dalla passione per i prodotti di qualità, nasce il birrificio Un Terzo a Candelo – località celebre per il Ricetto (complesso architettonico di epoca medievale, che se non hai mai visitato ti consiglio di inserire nella tua lista di cose da fare).
Tra le prime birre brassate da Enrico c’è Margot, ancora oggi tra le sue creazioni di punta. Come mi ha raccontato lui stesso, questa birra “occupa il 45% della produzione”.
E il nome “Un Terzo”?
È un gioco di parole evocativo geniale: un accostamento scherzoso tra Enrico Terzo birraio ed Enrico III di Valois (re di Francia dal 1574 al 1589).
La capacità di prendersi in giro è una delle cose che amo di più dei piccoli birrifici artigianali: usano l’autoironia per comunicare gioia e convivialità, tuttavia prendono maledettamente sul serio la qualità dei loro prodotti.
A proposito del nome Margot, è anch’esso storico: Margherita di Valois, detta Margot, era sorella di re Enrico III. Ma non finisce qui. Il nostro birraio è appassionato di cartoni animati, e ci ha sottolineato come curiosamente Margot sia anche il nome della fidanzata di un altro celebre “terzo”: Lupin III.
Un Terzo a Pralungo
Col tempo, come spesso accade, arriva la necessità di crescere.
Così nel 2016 la produzione del birrificio viene spostata da Candelo a Pralungo, in una ex filanda.
Qui lo spazio permette di installare un nuovo impianto da 10 ettolitri. C’è più spazio, più possibilità di sperimentare, ma Enrico mantiene sempre quella filosofia artigianale che fa la differenza.
Una delle cose che mi ha davvero impressionato di Un Terzo è come il birrificio sia diventato un catalizzatore di collaborazioni territoriali. Te ne dico un paio.
Inizio subito dalla mia preferita.
Insieme con lo storico Caseificio Rosso (esiste da oltre 130 anni) ha creato il formaggio Margot, un formaggio che stagiona fino a 60 giorni e che utilizza l’omonima birra direttamente nella pasta, insieme a una seconda birra, che si chiama Canderium (vedi sotto).
Ho assaggiato diversi formaggi affinati alla birra nella vita e, credimi, questo li batte tutti. La birra si percepisce in modo evidente – non la devi solo immaginare – e convive in perfetto equilibrio con l’eleganza delle note lattiche, floreali e animali del formaggio.
Non è un caso che la famiglia Rosso abbia conquistato premi internazionali grazie a questo prodotto.
C’è un altro formaggio di Caseificio Rosso che viene fatto mediante l’utilizzo di Margot: si chiama BirbaBlu, è un erborinato vaccino, e prima di terminare la fase di maturazione viene immerso nella birra.
Non finisce qui.
C’è la birra King Enri, Imperial Coffee Stout, vincitrice di numerosi premi, prodotta con infusione di caffè della Torrefazione Bugella (di Biella).
Questi esempi sono indizi di un ampio quadro, composto da una rete di artigiani che rappresenta un ecosistema di eccellenze. Ciò rende il Biellese una meta imperdibile per chi ama il cibo e la birra di qualità.
Le birre di Un Terzo
Si chiama taproom il locale adiacente a un birrificio. È quel locale con le birre alla spina dove puoi degustare i prodotti realizzati “a metro zero”.
A Pralungo una lavagna ti elenca quelle disponibili. Puoi visitarla e ordinare anche qualcosa da mangiare (dal giovedì al sabato, dalle 18.00 alle 21.30).
Le birre di Un Terzo sono tutte ad alta fermentazione e si ispirano perlopiù alla tradizione belga.
Alcune sono classiche, altre stagionali. Ci sono birre che sono anche prive di glutine e poi altri stili speciali.
L’eccellenza a mio parere viene raggiunta con le due Italian Grape Ale.
Cosa sono?
Te ne parlo qui sotto.
L’elenco che segue comprende alcune delle birre che ho assaggiato.
Margot
Come ho già detto è la regina della produzione brassicola di Enrico. Come degustatore devo dire che è facile capire perché. È una Blonde Ale, chiara, con 5,5% di alcol, dal colore dorato. Al naso offre note floreali ed erbacee, ma anche di cereale e miele. In bocca dolce e amaro sono equilibrati. È una birra semplice, per tutti i giorni. E come per tutte le birre semplici e ben fatte, bastano poche parole.
La schiuma è compatta, persistente, la luppolatura è fine.
Perfetta come aperitivo, ma anche straordinaria con formaggi freschi, dalla breve stagionatura; si abbina anche con piatti di pesce.
Louise
È una birra in stile Blanche da 5 gradi alcolici. Oltre agli ingredienti della tradizione belga a cui si ispira, frumento non maltato e coriandolo, Enrico qui aggiunge grano crudo biellese e avena. Al posto della tradizionale scorza di arancia ha scelto un agrume alternativo, il bergamotto.
Il nome è dedicato a Luisa di Lorena-Vaudémont, o più semplicemente Louise, moglie di Enrico III.
Profumata, aromatica, risulta leggera e delicatamente rustica. È una birra dal carattere estivo, fresca e dissetante.
Canderium
Questa Belgian Dark Strong Ale si presenta con un colore marrone scuro. Gradi alcolici: 7. Al naso è complessa: i sentori speziati derivanti dal lievito convivono con gli aromi di nocciola tostata, cacao, caffè e caramello.
In bocca è intensa. L’impatto speziato lascia spazio alle predominanti note tostate, di biscotto, cacao e caffè.
Il nome è quello antico latino di Candelo, dove il birrificio iniziò la sua avventura. Perfetta con dolci al cioccolato, come i muffin, oppure con formaggi molto stagionati caratterizzati da note sapide. Avvolgente.
Another hop in the wall
Hop dall’inglese significa luppolo. Il nome si ispira al celebre brano dei Pink Floyd, così come la grafica della sua etichetta. Questa American IPA è dorata e ricca: floreale, agrumata, resinosa e fruttata. L’intensità è media. Il grado alcolico abbastanza contenuto: 5,2. La suggerisco agli amanti delle birre luppolate. Si lascia bere con grande piacere.
Rossa di sera
È un po’ la sorella della precedente: stesso grado alcolico, stesse sensazioni fruttate. Questa American Red Ale si presenta però ambrata con riflessi ramati e aggiunge al profilo note di caramello e biscotto.
Big Amanda
Quando si dice birra da meditazione. Con i suoi 13% di alcol, questo Barley Wine – stile che si ispira alla tradizione britannica – va sorseggiato con la giusta lentezza e concentrazione. Il colore è ambrato carico. L’aspetto è velato. Al naso questa birra è molto complessa: le note caramellate convivono con quelle di uva passa, dattero, fico secco; si possono individuare sentori di vaniglia, miele di castagno, marron glacé e arachide.
Va servita non troppo fredda; anche a temperatura ambiente va bene.
Provala abbinata ai dolci o al cioccolato fondente. Oppure, se vuoi sorprenderti, accompagna con del Parmigiano Reggiano DOP molto, molto, molto stagionato.
King Enri
Amo questa birra soprattutto perché usa un ingrediente del territorio e quindi, come dicevo all’inizio dell’articolo, racconta una storia. Il nome scelto evoca la regalità. Così come il nome dello stile: Imperial Coffee Stout.
I gradi alcolici sono 9,5%. L’ingrediente locale è il caffè della torrefazione biellese Bugella. Il caffè viene aggiunto in infusione. Il colore è nero, impenetrabile. La schiuma è persistente e anche invitante. Così al naso come in bocca, le sensazioni primarie sono quelle dei malti tostati, torrefatti, che dirigono subito verso il caffè. Il cacao è ancora più evidente nel retrolfatto, dopo il primo sorso.
Il gusto è intenso e persistente.
Resto nel campo dei formaggi e ti consiglio un altro abbinamento sorprendente: provala con il Gorgonzola piccante DOP.
Sciatò Margot e Sciatò Rouge
Qui arriviamo a quello che considero il vertice dell’eccellenza brassicola di Un Terzo. Queste birre sono due capolavori del birrificio, ma anche rappresentative dell’intera creatività italiana. Sono due Italian Grape Ale, birre che nascono dall’incontro tra il mondo della birra e quello del vino.
Devi sapere che questo stile di birra (genericamente Grape Ale), anche quando prodotto all’estero, viene talvolta indicato come Italian non perché si stia attuando una contraffazione, bensì perché si riconosce all’Italia la sua invenzione.
La prima, Sciatò Margot, 7% di alcol, è bionda e usa uve Erbaluce, provenienti dal vicino Lago di Viverone. Il colore è dorato, trasparente, dai riflessi brillanti. Al naso offre sentori di frutta, pera, mela rossa, uva bianca. Le note secondarie ricordano le erbe aromatiche e rendono il profilo gentile ed elegante. In bocca è fresca, piacevole, e spicca l’uva a bacca bianca. Il nome della birra fa un po’ il verso alla celebre azienda vinicola francese Château Margaux, che produce bordeaux.
La seconda IGA, Sciatò Rouge, si presenta con un colore rosso-rosato. Le uve aggiunte sono Cornalin. Il grado alcolico è 9%. I sentori di frutta rossa dominano e a seconda della propria personale esperienza e percezione possiamo riconoscere fragolina di bosco, mora, gelso o mirtillo. Come accade con la sorella, la piacevolezza data dalla freschezza è alta.

Io, Enrico e due bicchieri di Sciatò Margot: la birra si presenta con un bel colore rosato dai riflessi rubino (2026)
I premi vinti nel tempo da queste due IGA sono numerosi!
Tra le birre che non ho ancora assaggiato e che vorrei presto provare ci sono:
- Mezza Segale (nome bellissimo!), NEIPA;
- Duca D’Ò, American Pale Ale;
- Natalis, Dark Strong Ale natalizia.
Se tu le hai già provate scrivimi cosa ne pensi.
Perché visitare Un Terzo (e il Biellese)
Alla fine della mia visita, seduto nella taproom con l’ultima Margot davanti, mi sono reso conto di una cosa: Un Terzo non è solo un birrificio. È un modo di intendere il territorio, la qualità, la collaborazione. È la dimostrazione che in Italia, anche partendo da un kit per principianti per fare birra, si può creare qualcosa di straordinario se ci si mette passione, studio e rispetto per le materie prime.
Il Biellese ti sorprende.
È un angolo di Piemonte poco noto anche a noi vicini lombardi. Le cose belle da scoprire sono numerose, tra storia e arte. Il Santuario di Oropa, ad esempio, è patrimonio UNESCO ed è un luogo carico di energia, arte e cultura.
Poi scopri che proprio da Oropa scende l’acqua che nelle mani giuste può diventare birra sopraffina.
Se passi da queste parti fermati a Pralungo. Fatti raccontare da Enrico un po’ della storia delle sue birre. Assaggia il formaggio Margot e abbinalo all’omonima birra. Porta a casa qualche bottiglia, seguendo i miei consigli; oppure, in base ai tuoi gusti, chiedi suggerimento a Enrico.
Porta a casa almeno una birra da gustare con calma, in silenzio, in pace. E, come recita lo slogan aziendale, Bevi da Re!
Link utili
Birrificio Un Terzo
Caseificio Rosso

Stefano Moraschini scrive sul web dal 1999. È storyteller certificato IAB; M° Assaggiatore ONAF; degustatore di birre, docente, tutor e referente UBT (Unionbirrai Beer Tasters) per la Lombardia; giudice nei concorsi caseari e birrari, in Italia e all’estero. Puoi seguirlo o metterti in contatto su Instagram.








